giovedì, 26 Novembre, 2020
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    Di muri e mercificazione dei desideri: un viaggio dentro e oltre il Novecento

    Recensione a Davide Grasso, La città e il fantasma. Dal muro di Berlino ai nuovi muri, (Castelvecchi, Roma 2019)
    di Daniele Bassi

    Era prevista per giovedì 30 aprile la presenza di Davide Grasso a Verona, presso La Sobilla, per la presentazione del suo ultimo libro. Nella speranza che ci sia presto occasione di avere l’autore in città, pubblichiamo la recensione che segue, intendendo così lasciare comunque traccia di un’iniziativa che siamo sicuri avrebbe regalato a tutti e tutte noi una piacevole discussione. 

     

    Nella cornice di una dettagliata ricostruzione dei macro processi che hanno portato alla disgregazione della Cortina di ferro, Davide Grasso, nel suo La città e il fantasma, compie l’interessante operazione di rivolgere lo sguardo anche a una costellazione di storie minori, principalmente legate ai movimenti della controcultura giovanile. Tra gli anni ’60 e ’70, in modo simile a quanto accadeva nei paesi liberali, anche a est ampi settori delle giovani generazioni si fecero interpreti di un’inquietudine e di un’insofferenza che trovò nella musica un canale privilegiato d’espressione. L’autore dimostra a proposito come la fase della Perestrojka – che ha accompagnato il collasso dell’URSS – fu anticipata, nei decenni precedenti, «da avvenimenti grandi e piccoli che avrebbero dimostrato soltanto nel 1989 la loro forza disgregatrice» e, soprattutto, come «tra questi fattori la musica giocò un ruolo che sarebbe fuorviante sottostimare» (p. 42).

    Quest’ultima è una tesi che attraversa e sostiene la narrazione dell’intero saggio. Di conseguenza, per fare l’esempio probabilmente più significativo, la storia della band psichedelica cecoslovacca Plastic People of the Universe diventa per Grasso un tassello utile a comprendere a fondo un evento simbolo come la Primavera di Praga. Formatasi proprio durante l’occupazione militare, l’esperienza di questa band è in grado di raccontare come «una frenesia rock e poi punk» sia stata, combinata ad un diffuso disgusto popolare per la censura, un fattore altamente destabilizzante per gli equilibri socio-politici del blocco sovietico. Ma i protagonisti di questa storia, che si dispiega su un «rapporto sempre più stretto tra non detto politico e musica» (p. 90), non sono solo gruppi più o meno misconosciuti. Tra essi sono infatti annoverabili, per fare solo alcuni nomi, i Rolling Stones e i Pink Floyd, oltre a cantanti come David Bowie e Jon Bon Jovi. L’autore racconta quindi di come l’immaginario giovanile, ben al di là delle sue manifestazioni spontanee, sia presto diventato un terreno di contesa tra i due blocchi e come, in ultima analisi, insieme a quella combattuta sul versante economico e militare, si sia consumata una vera e propria guerra fredda dei concerti. Per quanto non furono poche le esibizioni oltre cortina di noti gruppi occidentali, da questo confronto le autorità dell’est, con i loro grotteschi – quando non tragici – metodi di controllo e censura, ne uscirono con le ossa rotte. La promessa di «piacere, sensualità e trasgressione» incarnata dal Rock fomentò infatti radicalmente, tra l’epoca di Brèžnev a quella di Gorbačëv, l’odio che i giovani delle nazioni socialiste riservavano per gli apparati statali e polizieschi che pretendevano di disciplinarli.

    Con un’impostazione generale in cui sembra riecheggiare l’analisi di Mark Fisher sulla capacità del capitalismo di neutralizzare qualsiasi prodotto (contro) culturale, tanto da far sembrare impossibile una  fuga dal realismo capitalista, Grasso racconta l’epilogo amaro di questa guerra fredda giocata sul controllo dell’immaginario e vinta chiaramente dalla promessa di un nuovo sogno americano: «poco importa che il rock’n’roll, nella sua essenza, sia una grande truffa […] la produzione di spettacoli, miti e sguardi, e la vendita di sogni e identificazioni, è stata una delle armi economico-politiche più azzeccate del capitalismo» (p. 121).

    Della rapacità di quest’ultimo è stato un chiaro esempio quella vendita del comunismo che vide addirittura il Muro, una volta smantellato, venire messo all’asta in un lussuoso albergo del Principato di Monaco. Questa vicenda parla ancora una volta del destino dell’arte, anche nelle sue espressioni antagoniste, nell’ambito di un sistema che tutto mercifica. Il vallo berlinese, sul lato occidentale, era diventato negli anni un’enorme «opera d’arte collettiva», formata da una fitta stratificazione di scritte e murales. Particolarmente attiva era stata in questo senso la comunità punk di Kreuzberg. La storia di questo quartiere a ridosso del Muro, e del suo «movimento anticapitalista e libertario», merita di essere qui menzionata proprio a testimonianza di un’esperienza capace di sottrarsi all’asfissiante alternativa tra il modello sovietico e quello statunitense – «tra capitalismo di stato e liberale» – tanto da proiettare un immaginario radicale e alternativo, con un suo importante corredo di lotte, ben oltre la riunificazione tedesca. 

    Un’altra mossa particolarmente azzeccata dalla strategia occidentale, anche qui su un piano che insinuandosi su fantasie consumistiche si colloca tra l’economico-politico e il socio-culturale, è stata la «politica del debito». Già negli anni ’70 diversi paesi socialisti, scontando un divario tecnologico notevole rispetto a Europa e Usa, fecero fronte al dissesto delle proprie economie indebitandosi con i paesi liberali. Negli anni ’80 (inaugurando dinamiche macro economiche ancora influenti nel nostro presente) l’indebitamento di questi paesi divenne insostenibile e la politica del debito si rivelò per quello che era sempre stata, un «cavallo di troia liberale nel mondo socialista» (p. 126).

    Anche in questo caso è un epilogo amaro quello che deve essere raccontato. Amaro, ovviamente, non perché il socialismo autoritario di stampo sovietico fosse desiderabile ma, piuttosto, per l’ulteriore truffa perpetuata a danno delle speranze di milioni di persone. Il sogno liberale, infatti, si è presto tradotto post ‘89 nell’incubo liberista delle privatizzazioni selvagge e della competizione in ogni ambito, economico e sociale. Disoccupazione e povertà colpirono ampie fasce della popolazione dei paesi ex-socialisti generando anche, come nel caso emblematico di Berlino est, «un sordo risentimento tra i tedeschi orientali […] convinti di aver subito un’inaspettata e sleale colonizzazione economica» (p. 173).

    Proprio con una fotografia disincantata di quel mondo che, liberato da ideologie anacronistiche, avrebbe dovuto garantire diffusamente ricchezza e libertà, si chiude la ricerca di Grasso. La questione centrale, nel capitolo conclusivo, è quella dell’inarrestabile «tendenza del pianeta a ricoprirsi di muri». Il libro racconta di come i conflitti armati successivi al 1989 abbiano inaugurato una fase segnata da uno strapotere unilaterale della Nato e da un alto livello di tecnologizzazione della guerra che, tragicamente, non ha fatto che aumentare esponenzialmente il numero delle vittime civili, degli sfollati e dei profughi. Tendenze che sembrano aver raggiunto, alla fine del secondo decennio del XXI secolo, un apice insostenibile. Il recente braccio di ferro tra il presidente turco Erdoğan e l’Europa, giocato proprio sulla testa di milioni di persone private di dignità e diritti, dimostra esattamente come «il potere di interrompere o attivare i flussi migratori sia diventato uno dei più alti coefficienti di pressione politica sul piano mondiale» (p. 224).

    Il riferimento alla Turchia permette un accenno finale alla rivoluzione in corso nella regione curdo-siriana del Rojava, un tema particolarmente caro a Grasso. Il suo carattere pluralista, socialista libertario e femminista fa di questo straordinario laboratorio politico contemporaneo un  fiore del deserto  che davvero merita tutta la nostra attenzione e solidarietà. L’intollerabile muro eretto dalla Turchia tra sé stessa e questa rivoluzione ci rammenta che «il confine che fonda tutti i confini è in ultima analisi squisitamente politico» (p. 226) e, per tanto, frutto di equilibri non ineluttabili. Con questa implicita apertura alla speranza di un mondo senza muri, o almeno alla sua pensabilità, si chiude un saggio acutamente capace di muoversi in un arco temporale piuttosto ampio – 1945-2019 – facendo interagire un presente complesso con un passato più o meno prossimo che, come in un intricato gioco di specchi, continuano a riflettersi e illuminarsi a vicenda.