mercoledì, 21 Ottobre, 2020
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    Liberare la democrazia. Per una politica oltre lo stato

    Francesco Marchi

    Insurgent Universality. An Alternative Legacy of Modernity (Oxford University Press, 2019), di Massimiliano Tomba, traccia un percorso politico alternativo della modernità, cercando di sottolineare importanza e attualità di tradizioni democratiche rimosse e dimenticate da una narrazione “al singolare” delle forme politiche.


    Pensare una politica oltre lo stato, in grado di rompere l’intreccio apparentemente indissolubile di proprietà privata, forma statal-nazionale e territorializzazione della cittadinanza. Questo l’ambizioso compito dell’importante Insurgent Universality. An Alternative Legacy of Modernity di Massimiliano Tomba, docente di filosofia politica presso la Santa Cruz University.

    Il volume muove dall’urgenza pratica di liberare la politica dalla tradizione moderna dominante, nella quale i sistemi democratici liberali sono stati eretti a modelli universali e incontestabili, liquidando così altre forme di democrazia come residuali e «arretrate». Lungi dall’essere modelli teorici confinati alle dissertazioni accademiche, l’autore intraprende un’analisi storica accurata portando alla luce le tradizioni politiche rimosse della modernità, tracciando una «filosofia delle insorgenze dimenticate» che tanto possono dire di fronte alla crisi irreversibile delle democrazie contemporanee. Una crisi nella quale lo stato di diritto e il bilanciamento dei poteri si stanno rivelando sempre più dei baluardi formalistici incapaci di arginare l’ascesa su scala planetaria di politiche securitarie e razziste da un lato, e il proliferare del capitalismo in ogni aspetto della vita dall’altro.

    Per tentare di uscire da questo vicolo cieco apparente è necessario volgere lo sguardo al passato. Non in chiave mitico-populista, come pure buona parte del pensiero progressista rischia di fare di questi tempi, bensì cercando di riattivare e riportare nel presente quelle tradizioni radicalmente democratiche messe ai margini dalla filosofia della storia. Seguendo le orme di Walter Benjamin e Ernst Bloch, l’autore sottolinea l’importanza di «pluralizzare il tempo», al fine di decolonizzare la nostra visione monocromatica del politico. Perché, si chiede l’autore, forme di democrazia diretta, assembleare e anti-capitalistica come quelle sperimentate durante l’ultima fase della Rivoluzione Francese, la Comune di Parigi, i Soviet Russi e l’esperienza Zapatista vengono rappresentate come arretrate e obsolete? Per il fatto che la narrazione dominante della modernità singolarizza il tempo, assumendo la forma stato e il capitalismo come gli unici esiti possibili della storia umana, cosicché «le forme politiche non statali diventano prestatali e le forme economiche non capitalistiche diventano precapitalistiche. In questo modo, l’enorme gamma di possibilità offerte dalle innumerevoli forme non capitalistiche si riassume nella definizione di forme arretrate o precapitalistiche.»

    Una volta decolonizzato il nostro sguardo su queste esperienze storiche, saremo dunque in grado di scorgere non più «momenti devianti» rispetto alla storia (universale) dello stato e del capitale, bensì esperimenti-momenti che designano e indicano una tradizione alternativa della modernità. Queste pratiche politiche dei soggetti «senza storia» incarnano quella che l’autore definisce insurgent universality, che potremmo definire come universalità che insorge. Essa «ha a che fare con l’eccesso democratico che scardina un ordine esistente e dà origine non al caos, come prescrivono le teorie del contratto sociale, ma ad un nuovo tessuto istituzionale. L’eccesso democratico è tale che va oltre l’armatura costituzionale dello stato rappresentativo e mette in gioco una pluralità di poteri a cui i cittadini hanno accesso, non attraverso l’imbuto della cittadinanza nazionale, ma nella pratica politica quotidiana.» In questa prospettiva la cittadinanza e i diritti non sono più una concessione dello stato in base a determinati parametri – etnici, di genere, di classe – ma una rivendicazione «qui ed ora» dei cittadini che con pratiche di autogoverno diretto affermano le loro soggettività specifiche e i loro bisogni.

    È in questa prospettiva che l’insurgent universality si propone come alternativa radicale in grado di scardinare il cosiddetto universalismo (giuridico) moderno, ovvero quel rapporto unidirezionale tra stato e cittadino, nel quale lo stato è allo stesso tempo istituzione che garantisce e concede i diritti (umani), ma che allo stesso tempo lì può sospendere, più o meno arbitrariamente. Partendo anche dal pensiero di Hannah Arendt e di Giorgio Agamben, tra i due pensatori più influenti del novecento che hanno lavorato sul rapporto tra individuo e comunità politica, l’autore cerca di pensare e dare forma a quella che potremmo definire come una politica oltre lo stato: «Arendt contempla così l’umano al di fuori della comunità politica come una forma di vita deprivata; non vede, o non è interessata a vedere, l'”umano” la cui agency politica supera e scardina l’ordine politico. La posizione di Arendt è stata riformulata da Agamben, che presuppone che il concetto di uomo sia sussunto nel concetto di cittadino. Secondo Agamben, poiché l’essenza dell’homme risiede nell’appartenenza giuridica allo stato-nazionale, quest’ultimo può dichiarare lo stato d’eccezione e attraverso la deiurificazione radicale degli individui può ridurli allo status di homo sacer. Da questa prospettiva si può sviluppare la teoria di uno “stato d’eccezione” generalizzato, ma non si può sviluppare alcuna idea di emancipazione.» L’operazione concettuale dell’autore è dunque volta a liberare la politica da questo rapporto apparentemente indissolubile, riconoscendo soggettività e forme politiche a partire dalla agency e dalla rivendicazione concreta degli individui che non debbano necessariamente essere sempre legittimati da un ordine politico “universale” e precostituito.

    Attraverso un’analisi filosofico-politica dettagliata e originale che unisce i Sanculotti della Rivoluzione con la Comune del 1871, la costituzione rivoluzionaria del 1918 e gli Zapatisti, l’autore sottolinea come queste esperienze rappresentino laboratori politici che hanno saputo unire forme locali, complesse e plurali di autogoverno con un uso collettivo della proprietà, indicando un’eredità radicalmente diversa rispetto al tempo piatto e omologante dello stato e del capitale. L’incapacità di immaginare un futuro veramente altro rispetto al presente arido del capitalismo e delle (post)democrazie contemporanee è direttamente proporzionale alla visione monolitica che la modernità ci offre delle forme politiche. Una volta rotta questa narrazione saremo in grado di scorgere altri mondi e modi di aggregazione/emancipazione che necessitano di essere riscoperti per essere rimessi in pratica. Il futuro è anche alle nostre spalle, avrebbe detto qualcuno.